Intervista a Marco Rizzi

Torna a Ticino Musica il violinista Marco Rizzi, interprete di straordinaria sensibilità e intelligenza, vincitore di alcuni tra i più prestigiosi concorsi internazionali (Tschaikovskij, Queen Elisabeth), docente presso la Scuola Superiore di Musica “Reina Sofia” di Madrid e presso la Musikhochschule di Mannheim. Per la sua masterclass sono accorsi a Ticino Musica numerosissimi studenti da varie parti del mondo. In uno dei suoi rari momenti di pausa siamo riusciti a fare una piccola chiacchierata.

Il suo ritorno a Ticino Musica è stato accolto con un “boom” di iscrizioni, a testimoniare il successo del suo corso, che in sole due edizioni è diventato uno dei pilastri del Festival. Quali secondo lei, in generale, i punti di forza di Ticino Musica?

Intanto la varietà dell’offerta, perché un conto è fare un corso dove c’è una settimana di uno strumento, un altro conto è confrontarsi con altri ragazzi e con altri strumenti e con un repertorio di musica da camera: questa è la grande cosa di Ticino Musica, perché si riescono a fare non solo qualche trio con il pianoforte o qualche quartetto d’archi, ma magari anche si riescono a combinare delle formazioni tra fiati e archi che hanno dei repertori molto poco visitati, ma molto belli, basti pensare al Quintetto per clarinetto di Mozart o al Till Eulenspiegel di Strauss in formazione di quintetto con violino, contrabbasso, clarinetto, corno e fagotto. Queste cose qui sono possibili, in altre realtà non ci si può nemmeno pensare.

Che ricordi ha delle sue esperienze di masterclass estive da studente?

Naturalmente ci sono state delle masterclass che hanno segnato il mio sviluppo musicale più di altre e questo è sempre un po’ il mio obiettivo: quando tornavo a casa da una masterclass avevo poi lavoro per tre mesi e questo è quello che cerco di dare ai ragazzi che vengono da me. Penso che la masterclass non sia solo l’esperienza intensa del momento, ma debba essere qualcosa che continua poi almeno per due o tre mesi, che ci siano delle impressioni così forti, delle rivelazioni da un punto di vista musicale o tecnico che sostengano, guidino, indirizzino il lavoro dei ragazzi, anche dopo che sono tornati a casa, almeno per qualche mese. Secondo me questa è una bella cosa ed è l’obiettivo che io mi pongo. Mi ricordo masterclass storiche che ho fatto io con il mio maestro, Libermann, il quale faceva lezione a tutti ogni giorno – e questo l’avrei fatto anch’io qui se fosse stato possibile, ma con il numero di partecipanti che c’è non è pensabile, altrimenti verrebbero lezioni di 20 minuti. Questo è quindi quello che ricordo delle masterclass più significative, grandi impulsi.

Lei insegna nelle Hochschule di Mannheim e di Madrid. Quali le differenze tra i due contesti e, più in generale, quali le differenze sostanziali nella vita di un musicista  in Germania e in Spagna?

La scuola di Madrid, la Scuola Superiore di Musica Reina Sofia, è impostata come una scuola d’élite: vengono fatte delle selezioni molto severe, i candidati sono di grande qualità e dunque dal punto di vista del panorama musicale spagnolo è un po’ una mosca bianca. Tuttavia, la fondatrice ha sempre sottolineato il fatto che lei ha fondato questa scuola proprio perché voleva supplire a una carenza strutturale della musica classica in Spagna. Ne è nata questa scuola, che è tra le migliori al mondo.  Altro è invece il discorso della Musikhochschule a Mannheim, dove io sono, che vanta una tradizione soprattutto dal punto di vista del violino: prima di me c’era il Maestro Gradow, che qui in Ticino conoscete bene. La Musikhochschule si integra nel tessuto della società molto più che a Madrid: è un centro di cultura, i concerti della Musikhochschule si aprono al pubblico e non solo, noi andiamo anche in altri posti a suonare e dunque vi è quasi una funzione sociale della Musikhochschule, il cui primo compito è naturalmente quello di educare e di far crescere i musicisti, ma è proprio una realtà radicata nel territorio.

Il programma che ha scelto per il suo concerto riunisce autori e brani che consentono di condurre molto in profondità la ricerca musicale: Bach, Debussy, Strauss. Quale il suo legame con ciascuno di questi autori?

Con Bach ho un lungo legame: da quando ero studente quello bachiano è un repertorio di cui mi ha sempre affascinato il tentativo di andare oltre i limiti dello strumento. Bach è compositore per eccellenza polifonico, il violino è uno strumento per eccellenza melodico e queste due realtà si scontrano, ma viene fuori in realtà una cosa bellissima, uno sforzo sovrumano che va a buon fine. Con piacere ho constatato che molti dei ragazzi che sono venuti al corso portano Bach e io trovo che sia una scelta molto buona perché è un po’ una base, la base del suono, della tecnica violinistica, come tutta la musica barocca, e naturalmente nella musica barocca il posto di Bach è di primissimo piano. Debussy e Strauss sono anche, a loro modo, sotto questo punto di vista, dei capolavori, poiché  riescono a far parlare il violino in un modo poco usuale. Il violino nella sonata di Debussy acquista una miriade di colori che non sono tutti suoi, ma tipici degli strumenti a fiato, tipici di un pezzo orchestrale: ci sono pizzicati, flautandi, ci sono molte libertà  e innovazioni stilistiche  e tecniche e dunque è una sonata piena di fascino, perché, pur durando solo 15 minuti, è come un fuoco d’artificio di effetti, non di effetti fini a stessi, ma di effetti profondamente musicali. Dall’altro punto di vista la sonata di Strauss è una sonata quasi orchestrale, che si potrebbe benissimo orchestrare per grande orchestra. Anche qui vi è la ricerca del limite dello strumento, perché chiaramente il violino non è un pianoforte e non è nemmeno un trombone, di suo non ha una enorme quantità di suono, che è invece proprio quello che la sonata richiede, cioè uno sviluppo sonoro molto intenso e una assoluta parità di importanza, proprio dal punto di vista sonoro, con il pianoforte. Noi, se vediamo un pianoforte e un violino, già dalle dimensioni intuiamo che il violino dovrebbe uscire soccombente da questa sfida: invece il violino tiene testa al pianoforte grazie appunto alla sapienza della scrittura della sonata di Strauss. Dunque io direi che questi brani di Bach, Debussy e Strauss sono tre pezzi che, pur essendo lontani, pur non avendo legami stilistici tra di loro, hanno però una linea conduttrice che risiede proprio nella ricerca dell’oltre nel violino, dell’oltre strumentale, coloristico e sonoro.

Marco Rizzi a Ticino Musica 2013

24 luglio, ore 21.00

Lugano, Aula Magna del Conservatorio

RECITAL DI VIOLINO E PIANOFORTE

Marco Rizzi _violino

Duncan Gifford _pianoforte

Programma:

J.S. Bach, Sonata in la minore per violino solo BWV 1003

C. Debussy, Sonata in sol minore per violino e pianoforte

R. Strauss, Sonata per violino e pianoforte in Mi bemolle maggiore op. 18

25 luglio

ore 15.00 – 18.00

Rovio, Chiesa della Madonna, Gesiola

OPENCLASS DI VIOLINO

con i partecipanti alla masterclass di violino del M°Rizzi

ore 21.00

Rovio, Chiesa della Madonna, Gesiola

PROTAGONISTA IL VIOLINO

concerto conclusivo della openclass della classe del M°Rizzi

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